Presentato a Venezia lo scorso Settembre, "Ad Astra" di James Gray, interpretato da Brad Pitt, è un classico di fantascienza. Per chi non apprezza il genere dovrebbe trattarsi di un film da evitare ma può invece rivelarsi una bella sorpresa.

Ambientato in un futuro non troppo lontano (ormai la tecnologia attuale è così avanzata che "ci siamo quasi") ci si trova immersi nel dramma di un militare, astronauta, molto bravo e stimato ma tormentato dal suo matrimonio sull'orlo della rottura. Gli viene affidata una missione avvolta nel segreto che solo nel corso del viaggio che dovrà intraprendere gradualmente si svelerà.

Per fortunata coincidenza l'ho visto proprio il giorno dopo aver assistito all'ultima edizione di Apocalypse Now, "the final cut". I due film seguono lo stesso clichè: anche qui si tratta di un film di "risalita": qui dello spazio, fino al freddo e desolato limite di Urano, distanza massima allora raggiunta; là, nel film di Coppola, del grande fiume, fino all'oscuro Cuore di Tenebra della jungla cambogiana non ancora civilizzata e dominata dalle minacciose forze della natura e della follia umana.

E anche qui c'è un Kurtz al quale "porre termine il comando", come dice Harrison Ford a Martin Sheen in Apocalypse. Il giovane viene inviato in gran segreto a eliminare il vecchio, l'ex eroe ormai impazzito e fuori controllo ("Tu sei il garzone mandato dal droghiere a riscuotere i sospesi", dice Marlon Brando a Martin Sheen). La simbologia è molto forte: il nuovo che scalza il vecchio, pur attribuendogli l'onore delle armi, per così dire. E in questo caso anche di più, visto che il vecchio è il padre (un ormai vecchissimo Tommy Lee Jones).

Una storia quindi di formazione e di lotta, al di là del tempo e quindi anche del genere fantascientifico, che ha però il suo peso. Le immagini dello spazio e delle astronavi sono molto belle e convincenti, senza fantasiosi fronzoli o puerili esagerazioni alla Star Wars. Per la trama e l'ambientazione il film è naturalmente molto silenzioso, anche se forse un po' troppo, ma i pochi dialoghi sono ben fatti ed efficaci. Forse un po' troppo insistito anche il tono malinconico che accompagna le riflessioni intime del protagonista ma nell'insieme il film genera un atmosfera che affascina anche dopo la fine dello spettacolo.

Interessante l'attenzione posta ai sistemi di controllo dello stato psichico degli astronauti, di fatto tenuti sotto sorveglianza costantemente dai sistemi automatici attraverso delle interviste che vengono analizzate in tempo reale da algoritmi intelligenti. Verrebbe da pensare al Grande Fratello che tutti ci sta per imprigionare, ma viene posta in luce anche la giusta esigenza di assicurarsi la buona riuscita delle missioni, dove la responsabilità degli addetti nei confronti di colleghi e della comunità in generale è molto importante. E' una prospettiva insolita, voluta evidentemente dall'autore, che aiuta a immaginare il futuro tecnologico con meno preoccupazione e più fiducia.

Importante anche il ruolo del gruppo, della comunità. La sorveglianza reciproca, quando giustificata e misurata, porta a sentirsi parte di un insieme, unica dimensione possibile per poter affrontare sfide di grande impegno. E così anche l'impresa dell'eroe solitario, alla fine, è resa possibile proprio dall'aiuto, materiale o spirituale, ricevuto dai colleghi e dai propri cari.