In occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci esce "Io Leonardo", di Jesus Garces Lambert, già autore dell'apprezzato "Caravaggio - l'anima e il sangue".

Opera affascinante e preziosa, nonostante la difficoltà del genere biografico tra finzione e documentario. La soluzione offerta in questo caso è originale e di grande effetto. Un ancora giovane Leonardo, interpretato da Luca Argentero, ci appare nelle stoffe dell'epoca con i capelli sciolti, molto simile a un famoso autoritratto del suo coevo Albrecht Durer, dalla vita simile alla sua. L'ambientazione è quella di uno studio a pianta poligonale con grandi finestre ad arco e un corridoio che si diparte con una lunga successione di volti, una geometria che vuole richiamare quella dell'anima e della mente dell'artista scienziato.

In questo spazio Leonardo si muove nel corso del film, rievocando a sé stesso i momenti chiave della sua vita: l'abbandono della madre ancora bambino, l'infanzia nella natura dei colli toscani, l'ingresso nella bottega del Verrocchio, a Firenze, e poi Milano, al servizio di Ludovico il Moro e poi in Francia, alla corte di Luigi XII. A parte una voce fuori campo, impersonale, che collega e commenta le varie scene, i dialoghi e le riflessioni del protagonista sono tratti dai suoi scritti, scelti tra quelli più introspettivi e rivelatori dei suoi sentimenti, contrassegnati dal dissidio tra la sete imperiosa di conoscenza e la necessità di scendere a patti con le committenze e i casi della vita.

La messinscena trasmette efficacemente il sapore dell'epoca, negli arredi, gli abiti, il linguaggio, gli oggetti e dona anche qualche momento di vero incanto. Bella la descrizione della composizione del celebre Cenacolo, di fatto un lavoro teatrale per rendere verosimile la scena ritratta grazie al lavoro sui figuranti. La realizzazione dei quadri più famosi punteggia il racconto senza però che prevalga l'aspetto documentario così che resti sempre in primo piano la vicenza umana e spirituale del grande maestro.

Giunto in Francia con tutti gli onori ma ormai anziano, mentre il suo studio viene invaso gentilmente da un vento autunnale, si congeda dal pubblico con queste parole, che forse rispecchiano in pieno lo spirito del Rinascimento italiano: "Quello che so è molto. Quello che non so è troppo. L'età avanza e il tempo che resta è poco. Quando imparerò a vivere, imparerò anche a morire. E così come una giornata ben spesa dona un lieto riposo, una vita ben spesa donerà un lieto morire".